In fondo all’Utero

Allora?!”, chiese De Gennaro, seccato, a Pezzella.

Il Brigadiere l’aveva chiamato ignorando che fosse il suo giorno di riposo.

Che succede?

Ve la cavate almeno mezza giornata senza starmi aggrappati ai coglioni?!”

C’è un’emergenza, Maresciallo”, s’affrettò a giustificarsi il suo secondo.

Lo spero!”, grugnì lui.

Da quando era stato sbattuto a dirigere la Stazione Carabinieri di Castel Volturno, De Gennaro non aveva più avuto un attimo di pace. Ma chi altri ci sarebbe venuto, in un postaccio del genere, dove pure i neri avevano fatto le valige ed erano andati a cercare fortuna altrove?!

Se l’era chiesto almeno mille volte, chi glielo faceva fare di rimanere impantanato in quel buco, che puzzava di sudore e pesce marcio.

Il legame del sangue, si era risposto più di una volta.

Che quale sangue, poi, se per una buona metà era svedese, come la sua mamma?!

Oddio, non che se la ricordasse più di tanto la nordica genitrice.

A due anni – quando un’altra estate fu finita e le promesse d’amore evaporate al sole d’agosto – l’aveva mollato al papà pescatore con due soli ricordi: gli occhi azzurri e quel nome, Lars, che per anni l’aveva fatto prendere per il culo pure dal bidello!

Ma si sa come sono fatte quelle del Nord: non s’attaccano, diciamo.

Abbiamo trovato una donna…”, biascicò Pezzella, riprendendo la parola.

Questa, in effetti, potrebbe essere una buona notizia per voi, no?!”, sorrise sghembo il Maresciallo.

Morta?!”

Beh, così un po’ meno…”

Non è che ci si può fare molto con una donna morta, a meno che tu non sia un maniaco, ma De Gennaro era un tipo all’antica, e le donne gli piacevano ancora vive e calde. Come la Dottoressa Bottiglini, ad esempio, la bella farmacista del paese.

Avrebbe dato gli alluci per uscire una sera con lei.

Beh, prima o poi… chi avrebbe potuto dirlo!

Riconquistata la parola, Pezzella riferì che una ragazza – nigeriana, probabilmente, intorno ai vent’anni – era stata trovata riversa sul marciapiedi a Pineta Mare.

Quando un passante si era accorto della sua presenza, in mezzo a due auto parcheggiate, la giovane praticamente era già morta, anche se – per prassi – era stata trasportata d’urgenza al vicino ospedale.

Qui, il medico di turno, nel cercare i documenti per compilare il referto, infilando una mano nella borsetta, aveva trovato un minuscolo feto, sigillato in un sacchetto di plastica.

Un feto?!”, saltò sul posto il Maresciallo.

Sissignore – confermò Pezzella all’altro capo del telefono – il medico legale, ad una prima occhiata, ha detto che potrebbe essere di quattro settimane, forse cinque… vai a capirci qualcosa!”.

Ed era imbustato?!”

In un sacchetto di quelli alimentari… per il congelatore, insomma, come un salsicciotto!”

Ma che gli dice il cervello a certa gente?

Portarsi un feto appresso come una caramella?!”, sbottò il Maresciallo, staccando di fatto la conversazione.

Mentre – facendo ritorno in Stazione – camminava lungo il bagnasciuga, col fruscio delle onde in sottofondo e una leggera brezza marina che gli mordeva le orecchie, Lars De Gennaro ripensava perplesso a quanto gli era stato appena riferito.

L’ipotesi più probabile, da quello che aveva appena sentito, sembrava quella dell’ennesima vittima del racket della prostituzione.

Non era certo la prima volta che una delle ragazze era rimasta incinta: erano i rischi del mestiere e – in casi come questi – l’aborto clandestino rappresentava sempre la strada più breve e più semplice, altrimenti si sarebbero dovute dare troppe spiegazioni.

Metti anche che – molte volte – le ragazze impiegate dalle bande di sudafricani sono clandestine, senza documenti, tenute segregate in luride topaie, da cui escono sotto scorta solo per andare a fare la vita.

Ma perché tenersi il fagottino?!

Perché non liberarsene, come fanno tutte?

Via il dente, via il dolore, no?!

E perché, poi, era stata abbandonata così, in strada, in mezzo alle auto.

Ammesso e non concesso che l’aborto fosse andato male, di solito si cercava di fare qualcosa, magari si ingoiava una tonnellata di cacca e la si lasciava fuori un Pronto soccorso, non ad agonizzare in strada.

In fondo, ognuna di quelle ragazze rappresentava un capitale che andava sfruttato fino in fondo!

Tirato un lungo sospiro, che era più un soffio, il Maresciallo si aggiustò il ciuffo biondo all’indietro, e si diresse a passo svelto verso la Stazione di Via Lamberti.

Dopo una lunga attesa nel suo ufficio – passata a domandarsi se, al momento, erano i nigeriani o i ghanesi a contendersi il mercato del sesso a pagamento sul litorale – finalmente, De Gennaro ricevette una chiamata dal Reparto di Medicina Legale del San Sebastiano di Caserta.

Mentre ascoltava, faceva cenno di sì con la testa, attirando l’attenzione di un annoiato Pezzella. “Grazie”, disse prima di mettere giù.

Setticemia…”, mormorò fissando il suo secondo negli occhi.

Cavoli!”, sbottò il brigadiere. “Una brutta morte”, rincarò.

Già – pensò De Gennaro – la ragazza non aveva avuto scampo.

Una forma infettiva rapida e devastante l’aveva falciata in una manciata di ore.

L’indagine sul corpo aveva anche accertato che la giovane aveva effettivamente subito un aborto, ma che – a differenza della prassi – il feto era stato espulso intero.

Inoltre, sembrava che non fosse stata la sua prima volta che le capitava. Come se fosse stata costretta ad abortire più e più volte.

Questo era un aspetto nuovo.

De Gennaro aveva già visto gli effetti di un aborto clandestino, praticato in assenza delle più elementari regole igieniche e sanitarie, ma in questo caso qualcosa gli diceva che l’intenzione alla base fosse un’altra, piuttosto che quella di liberarsi di un fardello indesiderato.

Si alzò di scatto dalla poltrona. Indossava ancora la tuta da jogging e le scarpe piena di sabbia.

Oramai non aveva più nemmeno il tempo di andarsi a fare una corsetta in riva al mare: sarebbe diventato presto un quarantenne calvo e con la pancia!

Prendi la macchina e aspettami in cortile – disse a Pezzella, contrariato da quel pensiero molesto – io faccio una doccia e ti raggiungo”.

Sissignore”, sbatté forte i tacchi il brigadiere.

La luce cruda dei lampioni illuminava la zona del ritrovamento di un bagliore irreale. De Gennaro – che aveva deciso di fare personalmente un sopralluogo, dopo che i colleghi dei RIS se ne furono andati – studiò a lungo la scena.

Si guardò intorno attentamente.

Nessuno sembrava prestargli particolare attenzione. Ma, dopotutto, la gente del posto era abituata tanto agli spacciatori, quanto agli sbirri e pensava, per lo più, a farsi i fatti propri.

De Gennaro studiò un palazzotto dall’altro lato della strada. Aveva le finestre sporche e una vecchia insegna sulla porta avvisava che quel cesso era (stato) un hotel. Hotel Pineta, recitava ancora il neon, sebbene mancassero una t e una i.

Il Maresciallo si avvicinò all’edificio per esaminarlo meglio: era un postaccio popolato da puttane, tossici e ubriaconi.

Magari qualcuno poteva aver visto la ragazza lì dentro, pensò. Magari aveva preso una stanza, qualche volta, per intrattenersi con un cliente.

Tornò indietro di qualche passo: “Aspettami in macchina”, disse a Pezzella. “Io entro a dare un’occhiata”, indicò il palazzo fatiscente con il mento appuntito.

Nell’atrio cadente, arredato con mobili malmessi e spaiati, una persistente fragranza di deodorante al pino, non riusciva a coprire la puzza di cipolla, polvere e sudore di piedi di cui era impregnata la moquette.

Un bagno chimico sarebbe stato decisamente più accogliente.

Dietro il bancone il portiere – un tipo disperatamente magro – non sembrò né sorpreso, né preoccupato dall’arrivo di un carabiniere.

Ragazze se ne vedono tante”, rispose sicuro alla domanda del Maresciallo.

Con una smorfia De Gennaro gli consigliò di collaborare, o gli avrebbe messo l’ASL alle calcagna e nessuno, nemmeno il Padreterno, gli avrebbe evitata la chiusura, se i sanitari si fossero affacciati in quel cesso.

Ve lo ripeto Marescia’, questa ragazza non l’ho mai vista”, piagnucolò l’uomo, stringendo una foto tra le dita ossute. Raffigurava la ragazza di quella mattina stesa sul banco d’acciaio delle autopsie. Aveva gli occhi chiusi e i capelli scurissimi che le ricadevano sulle spalle in tanti riccioli inanellati.

Magari qualcun altro la riconosce”: De Gennaro si riprese l’immagine strappandogliela dagli artigli e – ignorandone l’occhiataccia e un tentativo di protesta – si diresse verso le scale, che portavano alle camere del primo e del secondo piano.

Salì fino al primo pianerottolo, il corridoio si apriva sulla sua sinistra, con porte rosse e scrostate da ambo i lati. Una sinfonia di tonfi e di gemiti proveniva dall’interno della prima camera. Il carabiniere decise che proprio non era il caso di interrompere l’esercizio sul più bello.

Passò direttamente alla numero 12, bussò e si fece di lato.

Carabinieri, apra!”, ordinò, sentendo un fruscio soffocato dietro la porta. Non sapeva cosa potesse esserci lì dietro, per cui tenne una mano sopra la fondina, pronto all’evenienza.

Nessuna risposta, ma a De Gennaro parve di sentire un altro strofinio, stavolta più vicino.

Carabinieri!”, ripeté con tono alterato.

Questa volta la porta si aprì per metà, rivelando la testa di un uomo di circa sessant’anni, con i capelli lunghi e sporchi e una barba unta e incolta.

Gli occhi erano chiari e irrequieti, come vespe dentro un barattolo.

Apra!”, ordinò il Maresciallo.

L’uomo lo guardò fisso in viso, poi abbassò gli occhi sulla divisa, quindi afferrò la maniglia e spalancò la porta. Si affacciò con la testa in corridoio, guardò furtivamente a destra e sinistra, alla fine, con una mano, fece cenno di entrare.

De Gennaro s’infilò dentro con cautela, la destra pronta sulla fondina. Guardò l’ambiente, umido e sporco. L’arredamento era composto solo da un letto, due comodini spaiati, un minuscolo frigo bar spento in un angolo e un tavolino con una sedia sotto la finestra.

Tutto il povero mobilio era ricoperto dalle pagine ingiallite di un libro.

De Gennaro ne afferrò una a caso dal letto: “Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?»”, lesse sottovoce.

La Genesi, Capitolo 4.

Si allungò per rimetterla sul letto. “No, tenetela, tenetela!”, il vecchio avanzò con le mani aperte verso di lui. “Vi servirà, vi servirà: c’è il demonio qui sotto”, indicò il pavimento.

De Gennaro lo studiò sospettoso: “Il demonio?”, chiese scettico.

Sì, viene tutte le notti a reclamare il suo tributo di sangue innocente!”, sgranò gli occhi.

Quest’uomo è partito proprio, pensò il Carabiniere.

Lui si accorse dell’occhiata: “Non sottovalutatelo il demonio, non fatelo mai”, disse lugubre.

E chi lo sottovaluta. Io solo a sentirlo nominare, mi caco sotto!”, allargò le braccia.

L’uomo sorrise.

De Gennaro approfittò di quell’attimo di distensione per mostrargli la foto della ragazza.

In un sussurro spettrale il vecchio domandò: “Lei… lei… l’ha presa lui, vero?!”. Si allontanò dalla foto, rosso in viso, come se emanasse un calore insopportabile. Le labbra gli tremavano convulsamente.

Si calmi, si calmi… non l’ha presa nessuno!

Questa ragazza è morta, la conoscevate?!”

L’uomo si protese in avanti, poi prese una manciata di pagine della Bibbia dal tavolino e se le infilò nei pantaloni e sotto le ascelle.

Signore mio santissimo, proteggimi!”, si mise in ginocchio e iniziò a pregare cantilenando una nenia incomprensibile.

Allora la conoscevate?

Viveva qui?

Come si chiamava?!”, insistette De Gennaro.

L’uomo scosse la testa, come ridestandosi: “Chi?”

Ma come chi, la ragazza!”, insistette il Maresciallo.

No, ma prego anche per lei”, disse, e andò a rintanarsi sul letto, sotto pagine e pagine stropicciate del Vecchio Testamento.

Non è partito, è matto proprio. Matto come un cavallo a dondolo, pensò De Gennaro prendendo la porta.

Mentre usciva sul pianerottolo gli occhi cerchiati di rosso del vecchio lo raggiunsero da sotto le pagine ingiallite: “Attenzione al demonio!”, disse indicando il pavimento con un dito sudicio.

Matto… proprio matto”, sospirò il Maresciallo richiudendosi la porta alle spalle.

Guardò, quindi, l’orologio: quasi mezzanotte.

Il suo turno – in teoria – avrebbe dovuto cominciare tra poco più di sei ore, e invece non aveva avuto nemmeno il tempo di mangiare.

Cavolo, almeno un panino!

Decise di scendere e di recuperare Pezzella per mettere qualcosa nello stomaco. Avrebbe continuato dopo, il suo giro di ispezione, tanto – a occhio e croce – nelle camere attigue avrebbero avuto da fare per almeno un’altra ora.

Imboccò le scale contrariato: proprio una bella fregatura quei gradi da Maresciallo. Stipendio da fame e gatte da pelare tutti i giorni!

A metà rampa si fermò, rimanendo immobile sui tacchi.

Un grido.

Era certo di aver sentito un grido basso e soffocato provenire da sotto.

Rimase in ascolto.

Un altro gridolino di piacere?, si chiese.

Un mugolio di soddisfazione?

Si guardò attorno, ma vide solo la scala che saliva di un altro piano e scendeva di due.

Non c’era nessuno intorno.

Puttane, pensò riprendendo la discesa.

Ma quando ebbe fatto un altro paio di scalini, fu scosso da un brivido alla base del collo. Ancora un grido, stavolta l’aveva sentito chiaramente e non veniva dalle camere.

De Gennaro non credeva al sesto senso, la sua metà svedese, cinica e materialista, glielo impediva categoricamente. Del resto, aveva superato l’esame da sottufficiale col massimo dei voti, e non servivano poteri soprannaturali per arrivare a una deduzione logica.

Era sicuro che stesse succedendo qualcosa, di sotto.

E non si trattava di scopate clandestine di mariti annoiati dal menage familiare.

Scese tutta la prima rampa di scale, evitando di farsi notare dal portiere, quindi le altre due, in silenzio, con la mano attenta sulla pistola.

C’è il demonio di sotto”, aveva detto il matto con la Bibbia a fascicoli.

Sperò tanto che non avesse ragione!

Estrasse la Beretta per farsi coraggio e puntò lungo il corridoio, affrettando il passo, con la fondina vuota che gli batteva ritmicamente sulla coscia.

Dopo una decina di metri il corridoio curvò bruscamente a gomito, e – prima di svoltare – De Gennaro diede un’occhiata sospettosa dall’altra parte.

Si ritrasse subito dietro l’angolo, trattenendo il fiato, alla vista di una persona, di spalle, vicino a una porta socchiusa.

Aveva una specie di camice e fissava la stanza in penombra. Non sembrava affatto il demonio: più un dottore, o un infermiere.

Che avesse trovato la clinica clandestina dove la ragazza aveva abortito?!

L’uomo col camice sembrò salutare affabilmente con una mano, appannò la porta e sparì in un’altra stanza, in fondo al corridoio.

L’adrenalina della caccia aveva iniziato a pompare forte nelle sue vene. De Gennaro controllò che non vi fossero altre persone, né avanti e né indietro. Il cunicolo era deserto e male illuminato da un paio di luci al neon sul soffitto. Meglio, lo avrebbe fatto passare inosservato.

L’aria, in quel punto, sapeva di disinfettante e di cloro.

Avanzò verso la prima porta, si sentivano dei lamenti e delle voci soffocate provenire dall’interno e un brusio come di transistors.

Socchiuse il battente: dentro c’era una fila di letti, qualche sedia a rotelle. Alcune persone erano attaccate a delle macchine, che ronzavano in sottofondo. Altre due – addossate alla parete più lontana – avevano dei tubicini che gli uscivano dal braccio, per allacciarsi a quella che sembrava una soluzione fisiologica.

Si lamentavano, lanciando ora l’una, ora l’altra, dei piccoli urli acuti.

Non c’erano dubbi: aveva trovato la clinica!

Portò una mano al telefono, per chiamare rinforzi, ma all’improvviso sentì dei passi svelti dietro di sé. Spalancò gli occhi e prese la pistola, voltandosi di scatto. Ma prima che potesse fare fuoco, qualcuno lo placcò come un pilone davanti a un trequarti, gettandolo contro la parete.

Stordito cadde in ginocchio.

Alzò lo sguardo, col fiato tirato.

Vide gli occhi spiritati di un uomo e vide l’ago di una siringa che si avvicinava pericolosamente alla sua gola. Un pizzicotto leggero, poi più niente.

Si risvegliò dopo qualche tempo (quanto aveva dormito? dieci minuti? un’ora?), udendo dei passi pesanti in corridoio.

Era accovacciato a terra, con un dolore terribile alla testa e le mani legate a un vecchio termosifone di ghisa con delle fascette di plastica.

Il berretto era a testa in giù, abbandonato su una sedia nell’angolo più lontano, la giacca stazzonata e piena di polvere.

Davanti a se solo qualche secchio d’acqua sporca, scope e detergenti.

Era finito prigioniero in uno sgabuzzino.

Provò un’enorme frustrazione.

I passi si fecero più vicini, poi la porta si aprì, riversando all’interno una lama di luce lattiginosa.

L’uomo di prima quello con gli occhi infossati e un groviglio di capelli tinti dritti sulla testa apparve in controluce sulla soglia con un’altra siringa in una mano. Nell’altra teneva un piccola sega circolare, di quelle che gli ortopedici usano per segare le ossa.

Sta facendo una cazzata!”, gemette il Maresciallo, cercando di dissimulare l’angoscia nella sua voce alla vista di quel sinistro armamentario.

Non dica sciocchezze”.

Stava per dire qualcos’altro, ma le sue parole furono interrotte dal suono di un citofono. L’uomo di fermò.

Il citofono suonò di nuovo, costringendolo a uscire in corridoio. “Sì, siamo pronti.

Una mezz’ora al massimo”, bisbigliò nel ricevitore.

Tornò nello sgabuzzino, dove De Gennaro stava cercando di mantenere il panico sotto controllo. Dov’era finito Pezzella?

Perché non si decideva a venirlo a cercare?!

Se lo sarebbe mangiato vivo, ammesso che se la fosse cavata, stavolta.

L’uomo col camice si affacciò di nuovo nello sgabuzzino in penombra: “E così, lei non apprezza il lavoro che stiamo facendo qui, vero?!”

Apprezzare? – chiese acido il Maresciallo – …lavoro?!

Far abortire delle povere ragazze, magari contro la loro volontà, me lo chiama lavoro?!”

Abortire?”, l’uomo scoppiò in una grossa risata. “Le sembrano donne incinte le persone che sono nell’altra stanza?!”

De Gennaro cercò di ricordare: no, effettivamente non sembravano donne incinte. Anzi, gli parve di rammentare che almeno due delle persone stese sui lettini erano degli uomini e un paio molto anziane.

Quelle persone di là – disse l’uomo con tono grave – stanno morendo. Io sono la loro unica speranza!”

De Gennaro abbozzò un sorriso: “E chi è lei, Dio?”

L’uomo rise ancora: “Dio?

Mooolto di più”, ammiccò.

Fosse veramente il Diavolo in persona, pensò De Gennaro preoccupato.

Ha mai sentito parlare di infusione di cellule staminali?”, chiese, aggiustandosi il camice sul petto, come se avessero dovuto esserci due medaglie.

Di sfuggita…”, glissò De Gennaro.

L’uomo poggiò la sega e la siringa su uno scaffale, vicino a una serie di lattine di disinfettante. Alzò una mano, poi l’abbassò, unendola all’altra dietro la schiena, con fare cattedratico: “E’ un metodo – iniziò a spiegare – principalmente rivolto alle malattie neurodegenerative, e si basa sulla conversione di cellule staminali in neuroni.

Ebbene, questa terapia consiste nel prelievo di cellule dal midollo osseo dei pazienti, la loro manipolazione in vitro, e infine la loro infusione nei pazienti stessi.

Il problema è che le cellule del midollo osseo non hanno più quell’onnipotente potenziale contenuto nelle cellule embrionali.

Sono già definite, settorializzate, specializzate: non possiamo farci tutto quello che vogliamo, insomma!”, sbottò piccato.

La pluripotenza delle cellule embrionali – riprese dopo una pausa ad effetto – è lì il segreto.

Il futuro!

Solo che qui in Italia siamo ancora al Medioevo – sospirò amareggiato – siamo costretti a fare ricerca nelle cantine, come Galileo Galilei, come Giordano Bruno!

Ci metterebbero al rogo, pur di impedire alla scienza di progredire!”

Tirato un altro gemito amaro, l’uomo spiegò al carabiniere di essere un medico e uno scienziato, ma di essersi rintanato sotto l’albergo – con la complicità del portiere – per continuare le sue ricerche sugli embrioni.

Qui, riparato da occhi indiscreti, aveva superato il limite giuridicamente ed eticamente invalicabile delle due settimane, arrivando a coltivare embrioni umani anche per un mese, prima di espiantarli dall’utero materno. Non sarebbero sopravvissuti tanto, in vitro.

E per questo costringete le donne ad abortire?!”, sputò tra i denti De Gennaro.

Ma che costringere e costringere!

Le ragazze che vengono qui sono lautamente ricompensate per il loro ehm… contributo.

Oltre a risolvere quello che per loro rappresenta un problema!”, fece un occhiolino complice.

Andatelo a raccontare a quella ragazza che hanno trovato stamattina?!”

Quale ragazza?!

Sono almeno quindici giorni che non riceviamo embrioni”, scese dalle nuvole.

Niente scherzi, quella che hanno trovato morta qui di fronte… aveva un feto in borsa, ce l’ha messo lei!”

Il medico scoppiò in una fragorosa risata: “Ma le pare che – coi tempi che corrono – se io ho un feto a disposizione, lo butto via?!

Si svegli Maresciallo, io non c’entro nulla con questa cosa. Quella povera ragazza deve avere avuto un aborto spontaneo. Capita.

Ma io non c’entro mica!

Qui si fa la storia, non stiamo mica giocando a Jack lo Squartatore”.

De Gennaro lo guardò di sottecchi. Tutte quelle arie da luminare avevano iniziato a stargli sul cazzo.

Chi si credeva di essere?

Leonardo Da Vinci?

Umberto Veronesi?

Il Dottor House?!

Quello che sapeva lui, era che quella era una clinica clandestina, dove si praticavano aborti e si sperimentavano terapie vietate, eticamente e giuridicamente.

Insomma, se non era il Diavolo quello, ci andava veramente vicino!

Non c’era da stupirsi, quindi, se adesso voleva farlo fuori per proteggere il suo segreto.

C’è sempre bisogno di nuovo materiale genetico per portare avanti la nostra sperimentazione!”, aveva riso di gusto.

Recuperò la siringa e si avvicinò al carabiniere legato a terra. “Non opponga resistenza… è solo un attimo”, sorrise condiscendente.

Mentre De Gennaro fissava terrorizzato l’ago che si avvicinava (odiava le siringhe che la zia si ostinava a fargli da piccolo alle prime avvisaglie di influenza, figurarsi quelle di un pazzo omicida!), sentì come uno scalpiccio provenire da fuori.

Il rumore non sfuggì nemmeno al medico, che si mise in allarme. Si infilò la siringa in tasca, raccolse una scopa dall’angolo e uscì in corridoio, ma cadde all’indietro quando fu colpito alla testa da un colpo pesante come un maglio.

Una figura scura che brandiva la gamba di una sedia legata a una cruccia con del nastro adesivo, si scaraventò nella stanza.

Il dottore era a terra, senza fiato. Stava cercando di rimettersi in piedi e recuperare la scopa per difendersi, ma l’uomo fece calare un secondo colpo come una mannaia, e lo colpì al braccio.

Il medico cacciò un urlo quasi disumano: “Noooo!”.

In piedi sulla soglia l’altro uomo ghignò: “Vade retro Satana!

Era il vecchio della Bibbia, quello che aveva incontrato al piano di sopra.

Brandì nuovamente quella croce improvvisata e lo colpì ancora su una spalla e alla base del collo.

De Gennaro guardò stupito la scena.

Dio – disse l’uomo con la barba fissando il soffitto – Dio mi ha parlato.

Mi ha detto che non avrei più dovuto nascondermi, ma che avrei dovuto combattere il Demonio, qui, a casa sua.

Così sono sceso all’Inferno!”, dichiarò orgoglioso, guardandosi intorno.

Dio?”, chiese De Gennaro alzando un sopracciglio.

L’uomo annuì compiaciuto.

E potete dire a Dio di fare scendere qui all’Inferno anche quell’imbecille del mio collega lì fuori, che abbiamo un sacco di lavoro da fare qui sotto?!”.

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