Libertà e Leggerezza

Si fermò.

Di colpo.

Diede in giro un’occhiata furtiva, poi s’avvicino cauto al guardrail.

Quando ci vuole, ci vuole!”, sorrise.

Si tirò fuori l’uccello.

Un mugolio di soddisfazione accompagnò il getto caldo che iniziò a bagnare il metallo del divisorio in una nuvoletta di vapore pungente.

Nell’aria immobile della notte sentì per davvero l’odore di ammoniaca.

Come quella che usava per i pavimenti di cotto la buonanima della nonna.

Provò a disegnare un otto.

Non gli riusciva mai!

Pure stavolta gli venne fuori un mezzo cerchio che sgocciolava un po’ di qua, un po’ di là.

Sarebbe andata meglio la prossima, sorrise.

Ah, una bella pisciata è una mezza scopata”, commentò alla fine strizzandolo con soddisfazione.

Alla seconda sgrullata un fruscio sinistro, alle sue spalle, lo fece sobbalzare: “Altolà!”, gli urlò una voce.

Mani in alto e non muoverti”, rincarò dopo qualche secondo di silenzio terribile.

Che cazz…”, gli scappò. “Un momento, ho finito!”, provò a girare la testa.

Fermo ho detto!”, ripeté minacciosa la voce. Poi, dopo una breve pausa tattica, riprese dura: “Adesso voltati lentamente!”, ordinò.

L’uomo si girò, con le mani sopra la testa, come gli aveva comandato la voce.

Con l’uccello penzoloni, si ritrovò davanti la bocca di un mitra e una divisa scura: Carabinieri.

Che ci fai là?!”, chiese l’uomo. Aveva il berretto calato su un ciuffo di capelli biondi e la canna spianata. Ventidue, ventitré anni al massimo.

I più pericolosi.

Quelli che, sul grilletto, il dito gli trema talmente tanto, che rischiano di segarti in due al minimo movimento, anche se solo ti provi a starnutire.

Non si vede?!”, indicò la punta del pisello, che si affacciava timida dalla cerniera dei calzoni. Il freddo e la paura l’avevano fatto rientrare di almeno tre quarti, come una tartaruga nel suo guscio.

Fece per rimetterlo dentro abbassando una mano.

Ti ho detto di non muoverti!”, insisté lo sbirro.

Ma posso mai rimanere così?!”, piagnucolò.

Il Carabiniere – col ferro in bellavista – senza manco prendersi il disturbo di rispondere, fece segno col mento: “E’ tua la macchina sulla strada?”

La Panda a metano?!”, chiese.

A metano o a scoregge non mi interessa.

È tua o no?!”, grugnì.

L’uomo annuì timidamente.

Vieni, cammina!”, gli ordinò brusco, afferrandolo per la manica della giacca. Il mitra gli dondolò pericolosamente davanti alla cintura.

Ma dove?

Che ho fatto?!”, protestò.

Nessuna risposta nemmeno stavolta.

Scavalcarono il guardrail con un salto, fecero qualche metro, superando un grosso oleandro che li riparava dalla vista dell’auto.

Sulla piazzola, furono illuminati, assieme alla vecchia Panda, dalle luci blu della macchina di servizio.

L’uomo, tallonato dal giovane carabiniere, notò una sagoma sul sedile del passeggero.

Immobile, come un albero di Natale che si accendeva e si spegneva a ritmo coi lampeggianti.

I due si avvicinarono con cautela, uno dietro l’altro, il mitra in mezzo.

Lo sportello era aperto, la donna seduta sul seggiolino aveva le mani lungo i fianchi e le gambe ad angolo retto.

Da quella distanza, sembrava che stesse fissando la strada con indignazione.

Qualcosa in quella scena lo fece rabbrividire.

Cioè, non sembrava proprio una che stesse aspettando il marito che era andato a fare la pipì. Il suo corpo era immobile, dritto sulla schiena, il capo sul poggiatesta, la fronte alta.

L’uomo della Panda aguzzò lo sguardo: “E quella chi è?!”, gli scappò.

Il carabiniere gli lanciò un’occhiata fulminea, poi prese a fissarlo astioso: “Questo devi dirmelo tu!”, disse con fare nervoso.

E chi la conosce!

Ehi, bella – continuò rivolgendosi alla donna nell’auto – fuori dalla mia macchina, non è ora di fare marchette!”, sbottò irritato.

Lo sguardo dello sbirro si fece più penetrante.

L’uomo lo fissò interrogativo: “Cioè, non penserete mica che io e quella ci conosciamo?!

Io non ho mai fatto il magnaccia in vita mia, lo giuro!”

Il carabiniere rise sarcastico: “E secondo te quella sarebbe una puttana?!”

No-o?!”

Beh, se la faceva, adesso ha smesso di sicuro”, disse avanzando di un paio di passi verso l’auto.

Gli indicò le orbite.

Erano vuote.

Gli occhi le erano stati strappati via e due voragini orribili e scure si aprivano sotto la fronte.

Andiamo, monta in macchina”: il carabiniere lo spinse verso l’auto coi lampeggianti. “Andiamo in Caserma, dovrai spiegare parecchie cose!”

L’uomo prese a frignare: “Ma che c’entro io!

Chi la conosce!

Io ero andato solo a fare la pipì!”, protestò.

Con aria navigata, che poco s’addiceva alle sue guance glabre e lentigginose, lo sbirro lo rimbrottò: “Fossi in te, mi cucirei la bocca.

Rischi solo di peggiorare la tua situazione!”, disse con atteggiamento esperto.

Da telefilm, insomma.

Con gli occhi gonfi di lacrime e di paura, timidamente, l’uomo alzò un dito: “Posso almeno chiedere una cosa?”, mormorò.

E dilla!”, gliela accordò lo sbirro.

Chiuse gli occhi: “Posso infilarmi il cazzo nelle mutande?!”.

*****

L’uomo della Panda non era molto alto. Aveva piccoli occhi neri e capelli più sale che pepe. Era seduto a gambe larghe su una sedia, dietro una scrivania col piano grigio, e alzava e abbassava una mano davanti agli occhi, come per scacciare un pensiero molesto.

Una luce lattiginosa filtrava dalla finestra. Le sbarre la tagliavano in piccoli riquadri che segnavano il pavimento come una scacchiera.

Coniglio si avvicinò, ingoiando saliva.

Ehm… sono l’avvocato…”, riuscì a borbottare, chiudendosi la porta di ferro alle spalle.

L’uomo annuì.

Aveva le pupille dilatate e lo sguardo assente.

Pareva ubriaco.

L’avvocato ebbe l’impulso di catapultarsi fuori.

I serial killer gli facevano impressione!

Resistette.

Mi ha nominato vostra moglie… – esordì balbettando -. State tranquillo, dice che non ci crede che siete stato voi!”, mise subito le carte in tavola.

Probabilmente per cercare di tranquillizzare più sé stesso, che non il suo nuovo assistito, il quale – difatti – se ne stava appallottolato sulla sedia con lo sguardo spiritato, dondolandosi appena.

L’uomo annuì di nuovo.

Sembrava esausto.

Chissà quante ne aveva dovute passare, dal suo arresto, due giorni prima.

Non ci vanno teneri con gli assassini di ragazzine, in carcere.

Né le guardie, né gli altri detenuti.

Coniglio prese finalmente una manciata di coraggio e andò a sedersi sulla sedia vuota davanti al tavolo, un osso dopo l’altro.

Allora Geremia.

Posso chiamarvi così, no?!

Tra l’avvocato e il cliente deve esserci una certa confidenza…”, tastò il terreno.

L’uomo lo scrutò incuriosito per qualche secondo, poi tornò a fissare il muro.

Dovremmo cercare di comunicare… ehm, di parlare un po’ insomma. Altrimenti, come vi aiuto!”, sbottò Coniglio, cercando di controllare la stizza.

La considerazione che ricevette fu minima.

Una mezza scrollata di spalle.

Beh, potreste innanzi tutto cominciare a dirmi cosa è successo, cosa vi ricordate?

Chi era quella ragazza?

Da quanto tempo stavate assieme. O – alzò un sopracciglio con aria interrogativa – l’avevate incontrata per la prima volta quella sera?!”

L’uomo – Geremia – parve finalmente rianimarsi, come un pupazzo a molla: “Ancora?

La ragazza?

Ma chi la conosceva!

Io ero sceso a fare pipì… mi ero nascosto dietro quella pianta di oleandro perché sono un timido.

La ragazza l’ho trovata assieme ai Carabinieri!”

Coniglio lo scrutò sospettoso: “Guardate – gli disse sottovoce, avvicinando il naso appuntito al suo orecchio – che all’avvocato potete dire la verità… e quello che ci diciamo qui dentro, rimane tra noi due e basta”, gli strizzo l’occhio.

Geremia lo guardò in cagnesco.

Se confessate – continuò Coniglio in tono conciliante – aiutate me e aiutate voi.

Me, che non mi debbo mettere a correre avanti e indietro per trovare uno straccio di difesa – sospirò – e voi, che possiamo cercare di strappare un buono sconto di pena.

Magari una ventina d’anni soltanto”, si sbilanciò. “Forse venticinque, va!”.

Che culo!

L’uomo saltò in piedi, una sedia si rovesciò per terra in un clangore di ferri rotti: “Avvocà, vi ho detto che non sono stato io!

Io quella ragazza non l’avevo mai vista in vita mia.

Tengo moglie e figli, che mi metto a uccidere le donne?!”, si lamentò con voce stridula.

Coniglio fece spallucce.

La situazione si complicava.

Vabbè, vediamo di inventarci qualcosa…”, sospirò.

*****

Dio buonino!”, sbottò.

Ma chi glielo aveva fatto fare?

Eh?!

Chi si credeva di essere?

Perry Mason?

Ally Mcbeal?!

…una causa per omicidio.

Lui!

Ma se al massimo – al Tribunale penale – c’era stato due volte: una, quando era stato a denunciare il furto di una bicicletta, l’altra a farsi i Carichi pendenti per il passaporto. Che poi aveva pure buttato i soldi, perché, per la Croazia, bastava la carta di identità!

Adesso doveva addirittura organizzare la difesa di un killer di ragazzine.

E tutti si aspettavano pure che lo sapesse fare: la moglie dell’arrestato, che lo aveva contattato grazie a un’amica in comune con Adelina, la sua segretaria; il Pubblico ministero, che lo aveva chiamato nel suo ufficio per fargli avere il carteggio processuale e aveva colto l’occasione per parlagli di elementi schiaccianti, di inutilità del dibattimento, di rito abbreviato, di attenuanti generiche equivalenti, come se lui sapesse di cosa diavolo stava parlando!

Poi – quasi subito – si erano scatenati i giornalisti, che, a caccia dello scoop sensazionale, avevano iniziato a pedinarlo e chiamarlo al telefono pure di notte.

Lui che già soffriva di insonnia.

Un’ansia!

Rischiava di dimagrire altri dieci chili: sarebbe diventato trasparente.

E, infine, c’era questo Geremia che – povero diavolo – pure se era spacciato, continuava a proclamarsi innocente.

Innocente?!

Nessuno lo è mai veramente.

E – detto in confidenza – difendere un innocente, semmai dovesse capitare, è la cosa più difficile, terribile, angosciosa del mondo.

Ma perché non aveva rinunciato?!

Aveva la colite spastica, poteva dire così!

Aprì il fascicolo sconfortato.

Si ritrovò subito davanti la cartelletta dell’autopsia, col timbro dell’Ospedale e la firma del medico in bellavista. La buttò per aria inorridito.

Ma che gli saltava in testa al P.M. di infilargliela a tradimento nel fascicolo?

Voleva farlo vomitare per una settimana?

E poi se gli veniva un attacco di ulcera, con chi se la pigliava?

Con lui?!

Vabbè…”, sospirò dopo un po’ masticando amaro.

Da qualche parte doveva pure incominciare.

Si costrinse a recuperare la cartelletta trasparente con due dita, come se scottasse.

Sfilò il verbale dell’autopsia stando attento che non uscissero le foto a colori del cadavere. Represse comunque con conato, ingoiando una sorsata di saliva acida.

Andiamo a imprincipiare!”, disse senza nessuna traccia di entusiasmo nella voce.

Il verbale non diceva granché, salvo che la ragazza – 19 anni appena – era stata violentata e poi strangolata. Gli occhi le erano stati cavati dopo il decesso.

Un lavoro pulito.

Il medico legale ipotizzò che l’assassino avesse usato un cucchiaio per tirarli fuori.

Un forchetta avrebbe lasciato dei solchi paralleli lungo il bordo interno della cavità oculare.

A Coniglio vennero i brividi solo a pensarci.

Che gli diceva il cervello a certa gente?!

La morte – continuava il verbale nello stile formale e asettico della medicina legale – risaliva a un paio d’ore prima del ritrovamento.

Quindi: o Geremia – dopo averle fatto la festa – se l’era portata a spasso in macchina a fare un tour panoramico della provincia di Caserta, come se fossero usciti per il cinema o una pizza da Pepe Nero, o doveva essere stata uccisa da qualche altra parte.

Nei film americani succede sempre così, no?!

Ragazza rapita, stuprata, strangolata… ritrovata in fondo a un pozzo.

Magari Geremia la stava proprio portando al pozzo e si è fermato a fare pipì lungo la strada?!

Beh, era un’idea…

Si bloccò.

Sospirò forte: no!

Non poteva impostare il rapporto difensivo in questo modo.

Se non gli credeva lui, come poteva convincere il giudice della sua innocenza?!

Geremia era e doveva essere innocente.

E spettava a lui dimostrarlo.

Era o non era un avvocato?

Si fermò, col fiato corto e le pagine tra le dita lunghe e secche come artigli.

Sì che lo era!

Cavolo: laurea presa alla Federico II e tre anni di pratica forense agli ordini di uno spilorcio che manco un caffè gli aveva mai offerto!

Chi era più avvocato di lui?!

Si costrinse a studiare il rapporto con maggiore attenzione.

Ecco, questa era interessante: nello stomaco della vittima erano stati trovati resti poco digeriti di arachidi e mirtilli, il tutto annaffiato da un bel po’ di birra.

Coniglio si fermò pensieroso, fissando il muro di fronte come se dovesse apparirci la Vergine Maria: “Chi cavolo si mangia le arachidi coi mirtilli?!”, sbottò.

*****

Ehm… buongiorno”, mormorò entrando nella piccola stanza. “Sono l’avvocato Coniglio”, aggiunse allungando sopra la scrivania una mano molle e sudaticcia.

L’ansia quasi gli toglieva il respiro.

Non c’era portato per certe cose.

Nelle cause di condominio era tutto più semplice, al massimo ci si strappava i capelli per una colonna fecale che scorreva, un posto macchina occupato. Che c’entrava lui con una ragazza strangolata?!

Il Giudice – un uomo alto e massiccio, con un completo grigio e la cravatta in tinta – glie la strizzò e tirò via velocemente, come se avesse stretto un cobra.

Prego”, aggiunse poi, indicando una delle due sedie vuote davanti al tavolo.

Coniglio si sedette facendo scricchiolare il mucchietto d’ossa che lo teneva in piedi. La luce entrava e usciva da una finestra con sbarre verdi spesse almeno due dita.

Sorrise imbarazzato, prima al GIP, poi al cancelliere, che si stava stuzzicando un orecchio col tappo della biro.

Ehm… insomma… beh… ci siamo… beh…”, cominciò a balbettare lisciandosi il riportino tinto con una mano. “Fa caldo per questa stagione!”, provò a cavarsi dall’imbarazzante silenzio con la prima cosa che gli era venuta in mente. Si passò un dito nel colletto della camicia per rafforzare il concetto.

I due uomini davanti a lui si limitarono ad annuire apatici, poi il Giudice si mise a sfogliare distrattamente il fascicolo che teneva aperto sulla scrivania.

La convalida dell’arresto, nella maggior parte dei casi, è solo una formalità di cui giudice e avvocato farebbero volentieri a meno, anche perché – quasi sempre – già lo sai come andrà a finire.

Solo l’arrestato la aspetta con ansia, sperando di intenerire il giudice con pianti e preghiere, elencando mogli, figli, cani e suocere a carico, contando così di cavarsela – alla fine – con un obbligo di firma in Commissariato o, al massimo, coi domiciliari per un paio di mesi.

Col cavolo!

Quasi tutti finiscono a rigirarsi i pollici in una cella con un paio di algerini arrapati a tenergli compagnia di notte.

Per Geremia, poi, l’esito era più scontato che mai.

Con tutto il casino che avevano montato tv e giornali, a parlare del serial killer più pericoloso di tutti i tempi: un uomo senza cuore che si divertiva a torturare ragazzine indifese, beh, era fortunato se non rimettevano in funzione la sedia elettrica solo per lui!

Il suo ingresso nella piccola stanza d’udienza – spintonato dentro da un secondino bassino, con le braccia corte e i baffi a coda di topo – tolse tutti dall’imbarazzo di trovare qualcos’altro da dire per riempire il vuoto dell’attesa.

Aveva il volto tirato e stanco e i capelli arruffati sulla testa. Tentò di sorridere, ma gli venne fuori solo una smorfia stonata.

Buongiorno, si sieda vicino al suo avvocato!”, disse il GIP con tono duro.

Geremia, molle sulle gambe, afferrò lo schienale della sedia e se la sistemò sotto il sedere, facendo stridere i piedi sul pavimento di cemento.

Il Gip riprese a guardarlo storto: “Sa di cosa è accusato?

Ha avuto modo di parlarne col suo difensore?”, gli chiese chiudendo il fascicolo con uno schiocco che non lasciava presagire nulla di buono.

L’uomo annuì timidamente.

Coniglio, sentendosi chiamato in causa, si raddrizzò sulla sedia, impettendosi.

Sì presidente – annunciò con tono conciliante il legale – siamo pronti a chiarire tutta la vicenda e…”

Il Giudice lo guardò appena, lo bloccò con una mano a paletta e tornò a concentrarsi sull’arrestato. “Le accuse che le sono mosse sono molto gravi.

Lei come si dichiara?”, lo fissò dritto negli occhi, sprizzando raggi laser dalle pupille.

Coniglio si zittì risentito.

Geremia rinculò per il contraccolpo.

Io, io sono innocente!”, piagnucolò alla fine.

Il GIP si fermò un attimo a studiarlo, scrutandolo dalla testa ai piedi come fosse un pezzo di figa: gli occhi rossi, i capelli arruffati, la tuta acetata che puzzava di sudore e di galera.

Lei sa che la ragazza trovata nella sua macchina aveva solo diciannove anni?”

Geremia annuì.

E sa che è stata strangolata e le sono state svuotate le orbite?”

Geremia inghiottì.

E sa che è stata violentata brutalmente prima di essere uccisa?”, diede un colpo sul fascicolo, col palmo della mano aperta.

Geremia saltò in piedi.

Violentata?!”, ripeté con voce stridula.

Il giudice lo guardò perplesso, prima lui, poi il suo avvocato, che tossì imbarazzato.

No che non lo sapevo!”, protestò l’uomo, fissando anche lui Coniglio in cagnesco.

L’avvocato si rannicchiò sulla sedia. Avesse potuto, si sarebbe infilato sotto la scrivania con le mani sulla testa, come durante un terremoto.

Ma non è possibile!”, insisté Geremia.

L’autopsia è chiara…”, sorrise maligno il GIP.

No, dico, non è possibile che sia stato io…”, sospirò l’altro rattristato.

Giudice, cancelliere e avvocato si scambiarono a intermittenza sguardi incuriositi.

Ecco, beh, io… io… io sono stato operato alla prostata, sei mesi fa”, buttò fuori tutto.

E quindi?”: Coniglio anticipò la domanda che tutti avevano sulla punta della lingua.

Lacrime grosse come bacinelle affiorarono agli occhi di Geremia: “E quindi non mi si drizza più!”, sbottò, per poi abbandonarsi sulla sedia, singhiozzando forte con la faccia tra le mani.

Cazzo!”, esclamò il giudice.

Insomma…”, commentò l’avvocato storcendo una narice.

*****

Beh, in fin dei conti, quando ci si metteva, Coniglio non era proprio da buttar via.

Si fece consegnare dalla moglie di Geremia tutta la cartella clinica dell’intervento e con quella convinse il P.M. a sottoporre l’uomo a una visita specialistica.

Effettivamente sì: a Geremia non gli si drizzava più.

E non da adesso.

Erano almeno sei mesi che aveva appeso le scarpette al chiodo, poveraccio.

No, non poteva essere lui lo stupratore, ma questo non escludeva che fosse l’assassino.

Su questo il P.M. era stato categorico: parere negativo alla scarcerazione, finché il vero colpevole non fosse saltato fuori.

Del resto, la ragazza era stata trovata nella sua macchina e di gente, in zona, non se n’era vista fino all’arrivo dei Carabinieri.

Chi è che se ne va mollando i morti nelle auto degli altri?!”, aveva sorriso il pubblico ministero quando Coniglio era andato a perorare la causa del suo assistito.

Come dargli torto?

Con la coda tra le gambe, Coniglio se n’era dovuto tornare allo studio.

Adelina stava ciondolando in corridoio, quando aprì il portoncino: “Novità?”, gli chiese correndogli incontro.

Coniglio scosse la testa deluso.

Ah”, sospirò l’anziana segretaria.

Quel Piemme è un osso duro!”, alzò un pugno in aria, come nei film americani.

Adelina lo squadrò perplessa: “Avvocato – gli disse stropicciandosi le mani – Antonietta, la moglie di Geremia, c’ha tanta fiducia in voi.

E pure Tommasina, che me l’ha presentata. Andiamo sempre a messa assieme, la mattina presto, e lei le ha parlato taaanto bene di voi e…”

Coniglio la interruppe bruscamente, alzando una mano: “Adelì, e allora?!”, sbottò.

E allora – rispose con una punta di stizza nella voce – vedete di non farmi fare figure di niente!”, e se ne tornò piccata nella sua stanza, a rimettere a posto i fax.

Ma Dio buonino!”, sbottò Coniglio, appendendo il soprabito. “Ma vedi se deve mettere bocca pure sul mio lavoro, questa vecchia ciabatta”.

Si infilò nello studio: “Sono io l’avvocato, lo saprò io come si fa!”, urlò al corridoio vuoto, poi sbatté la porta e andò a sedersi dietro la scrivania.

Che poi – Adelina – c’aveva pure ragione.

Era in un vicolo cieco.

Come avrebbe potuto fare a dimostrare che Geremia non c’entrava né con lo stupro – per un problema tecnico, evidentemente – né con l’omicidio?!

Mica era facile.

Bisognava trovare il terzo uomo…

Una parola!

Il telefono gli impedì di lanciare un paio di parolacce a caso. Meglio così.

Avvocato Coniglio?!”, chiese una voce metallica dall’altro capo.

Sì, sono io…”, sibilò.

Carabinieri”.

Coniglio si zittì.

Gli faceva sempre un certo effetto ricevere una telefonata dal Comando, come se avessero scoperto chissà quale immondo segreto su di lui e stessero arrivando a lampeggianti e sirene spiegate per arrestarlo.

Non ci si sarebbe abituato mai!

Avvocato, ci siete ancora?!”, chiese la voce dopo una manciata di secondi.

Ehm, sì… ditemi”, trovò la forza di rispondere.

Avvoca’ ci sarebbe una notifica per voi.

Non è che potreste passare qui in Comando a prenderla?

Sapete che siamo un po’ scarsi di personale…”, si giustificò.

Sempre la stessa storia!

Ma che ci dividiamo lo stipendio a fine mese?!, avrebbe voluto dire.

In realtà, come al solito, abbozzò: “Vabbè, domani mattina passo…”.

Il piantone, al telefono, lo incalzò: “Beh, veramente sarebbe urgente avvocato: ultimo giorno”.

Pureeee?!”

E su, avvocato, che vi costa, prendete un po’ d’aria!”, provò a fare lo spiritoso.

Non gli riuscì.

Non senza una punta di irritazione nella voce, Coniglio – alla fine di un breve tira e molla – acconsentì: “Guardate, lo faccio solo per l’antica amicizia che mi lega al vostro Comandante”, disse piccato.

Non era vero.

Non lo sopportava proprio quel pallone gonfiato di Santoro, con un sopracciglio unico di trenta centimetri e una bocca piena di denti.

Ma i Carabinieri, si sa, meglio portarseli buoni!

Sbrigo una pratica e sono da voi”, attaccò scocciato, poi si alzò di scatto dalla sua poltrona in similpelle nera e uscì in corridoio.

Adelinaaaa!

Adelì, esco una mezz’ora”, strillò sganciando il cappotto.

Non fate tardi che devo andare a Messa!”, sentì la vecchia urlare dietro la porta che sbatteva.

Ma quante Messe al giorno si sente questa vecchia zitella?!”, borbottò scendendo le scale irritato.

In Caserma, più tardi, trovò lo stesso piantone ad aspettarlo.

Era seduto in guardiola, protetto da un pesante vetro antiproiettile: “Accomodatevi Avvocato, c’è il Maresciallo Pagano che vi sta aspettando dentro”, disse aprendogli il portoncino d’ingresso. “Al primo piano, la terza porta dopo le scale”, precisò.

Coniglio si avventurò nella Caserma: puzzava di chiuso e di pittura andata a male.

Grosse macchie di umidità si aprivano sul soffitto come cartine geografiche di continenti sconosciuti.

Salì due rampe di scale, poi svoltò un paio di volte a caso prima di riconoscere, dietro una porta socchiusa, il Maresciallo Pagano. Si fermò sulla soglia, battendo un paio di volte le nocche sullo stipite.

Il Maresciallo alzò il naso dalla scrivania, sollevando sulla fronte gli occhiali spessi un dito che teneva per leggere. “Ah, siete voi avvocato, accomodatevi!”, lo invitò con una mano.

Conosceva già Nicola Pagano, l’aveva incrociato tre o quattro volte in Caserma e in Tribunale. Nulla di che, giusto un paio di testimonianze in processi di poco conto, ma si era stampato bene in mente la sua faccia grossoccia e le orecchie pelose.

Il Maresciallo si alzò dalla sedia per stringergli la mano: “Solo un Decreto di sequestro… la solita macchina con il motore pezzottato guidata da due rumeni ubriachi come cucuzze”, gli annunciò, facendogli firmare la relata di notifica con un sorriso sornione. “Mi dispiace che vi siete voluto disturbare a venire voi qua da noi – continuò – avrei mandato uno dei ragazzi al vostro studio”, sorrise compiacente.

Che pezzo di str…!

Coniglio sentì prepotente l’istinto di mandarlo a quel paese, ma si trattenne.

Meglio tenerseli buoni i Carabinieri, si ripeté due o tre volte come un mantra.

Beh, lo sapete, quando ci si può venire incontro…”, sorrise sghembo l’avvocato.

Uno schiocco alle sue spalle, come di tacchi che sbattono, lo fece voltare di scatto.

Comandi Maresciallo!”: un ragazzotto biondino, sulla ventina e la faccia punteggiata di efelidi, si affacciò nella stanza.

Ah Di Tella, giusto tu”, lo invitò ad entrare con una mano. “Hai fatto il controllo al terminale per quel trasporto di nafta dall’Ungheria?”

Signorsì Maresciallo!”, batté i tacchi rumorosamente.

Pagano rinculò infastidito, poi riprese a parlare fissandolo storto: “E il meccanico per la Giulietta ingolfata l’hai chiamato?!”

Signorsì Maresciallo!”, batté i tacchi di nuovo.

Pagano, questa volta, non trattenne la stizza: “E’ mai possibile che devi fare tutto questo bordello ogni volta?!

Basta dire sì, non c’è mica bisogno di farti volare le scarpe dai piedi!”, sbottò irritato.

Signorsì Maresciallo!”: Di Tella batté ancora i tacchi d’istinto, per poi rimanersene lì imbarazzato, a denti stretti e la testa ficcata nel collo.

Pagano sbuffò rassegnato: “Vabbè, togliti dai piedi, va!

E butta quella gomma!”, lo rimproverò.

Il giovane Carabiniere sorrise: “Non è una gomma, Maresciallo, sono mirtilli.

Fanno bene, sono antiossidanti”.

******

Ma per dove diav…”

Ecco.

S’era perso un’altra volta.

Su, giù… su, giù…

Erano almeno dieci minuti che Coniglio girava a vuoto per la Caserma.

Dove cavolo era finito?!

Era sceso di un piano o di due?

Aveva svoltato?

E come mai non c’era nessuno in giro a cui chiedere come fare a uscire?!

Carabinieri: mai che ce ne fosse uno quando ti serve!

Girò d’istinto un altro corridoio: il Comando di Caserta sembrava non dovesse finire mai. Più che una Caserma, sembrava una base Nato.

Uffici, depositi, appartamenti per gli uomini.

Un casino!

Svoltò a naso un altro paio di volte e si infilò in una porta socchiusa.

Niente nemmeno qua.

C’era un letto, un armadio e una divisa appesa su un omino morto in un angolo.

Fece per uscire, ma la luce nella camera da letto diminuì mentre una figura entrava nella stanza. L’uomo sulla soglia era controluce e Coniglio poté a mala pena distinguere un ciuffo di capelli che ondeggiava in cima alla testa.

Che ci fate nella mia stanza?!”, chiese duro.

Ehm, ho sbagliato corridoio – rispose pronto l’avvocato – anzi, mi dite come fare ad andare via di qua?!”.

Sperava, contro ogni logica, che le sue parole inducessero l’uomo a farsi da parte e lasciarlo uscire, ma lui non si mosse e Coniglio non trovò il coraggio di sfidarlo avanzando verso la porta.

Sbagliato corridoio, eh?!”, osservò sospettoso.

Si sporse in avanti, avanzando verso il fascio di luce che entrava da una finestra semichiusa.

Coniglio lo riconobbe: era Di Tella, il giovane carabiniere che aveva incontrato prima dal Maresciallo Pagano. Quello che sbatteva i tacchi a tradimento.

Certo, ho sbagliato strada – sbottò irritato il legale -. Che vi credete, che mi sono venuto a rubare la divisa?!”, indicò la giacca scura nell’angolo.

Felice lo squadrò: attimi di silenzio si dilatarono all’infinito. “Lo so chi siete voi”, disse alla fine.

E certo, ci siamo visti prima dal Maresciallo!

Sono l’avvocato, l’avvocato Coniglio.

Mica un ladro!”, mise le mani avanti.

Di Tella aveva gli occhi sbarrati, sembrava posseduto da una decina di demoni diversi: “Certo, voi siete l’avvocato di quel porco che ho sbattuto in galera!”, sbraitò.

Coniglio si fermò a studiarlo.

Vero!

Di Tella era quel carabiniere che aveva eseguito l’arresto di Geremia due settimane prima.

L’aveva letto nel verbale.

Di Tella, Felice Di Tella, rimandò a memoria.

Ehm, sì… ma Geremia è innocente!”, si affrettò a precisare il legale.

Di Tella lo guardò sospettoso, poi infilò una mano in tasca e si ficcò in bocca una manciata di palline scure: “Che ne sapete voi che è innocente?!”, chiese con voce stizzosa.

Coniglio bluffò visibilmente: “Stiamo seguendo una pista…”, ammiccò, facendo intendere che un’intera squadra di avvocati e investigatori privati – e non soltanto lui e la povera Adelina – erano al lavoro sul caso.

Il giovane carabiniere lo guardò incuriosito.

Un uomo… c’è un terzo uomo!”, rincarò Coniglio con fare scaltro e sicuro.

Di Tella cominciò improvvisamente a tossire forte.

Un paio di mirtilli gli erano finiti per traverso.

Si piegò in due, con gli occhi strabuzzati.

Quando si rialzò, il suo viso non era più lo stesso: “Come l’avete capito?!”, buttò fuori aria e minuscole goccioline di saliva.

Coniglio lo guardò interrogativo: “Cosa?!”

Che la ragazza… Tania… beh, insomma, che gliela avevo infilata io nella macchina!”, sparò.

Coniglio rinculò, indietreggiando verso la finestra.

La tapparella era abbassata per metà, una lama di luce giallognola fendeva il pavimento della stanza per una metà buona, mettendo in evidenza le crepe scure delle maioliche.

Il carabiniere avanzò di qualche passo, in silenzio. Poi si voltò e si avvicinò al comò, davanti al letto. Ci ficcò le mani dentro e tirò fuori un vasetto da sotto i calzini.

Due biglie bianche galleggiavano in un liquido chiaro.

Occhi.

Verdi.

Diceva che aveva bisogno di restarsene un po’ da sola – sospirò fissando il vasetto – che doveva pensare a sé stessa, al suo equilibrio interiore…

Doveva riflettere, insomma.

Invece era un mese che se ne andava scopando con questo tipo con le orecchie a sventola e un pagliericcio di capelli unti sulla testa.

Che poi – dico io – se c’ha il cazzo sporco come i capelli, che gli succhi, la pattumiera dell’umido?!”

Coniglio lo fissava interdetto: “Beh, lo sapete le donne come sono: volubili”, cercò di venirgli incontro, per non farlo innervosire.

Puttane!”, sbottò il carabiniere. “Le donne sono tutte puttane!

Cioè, stiamo assieme da tre anni e tu che fai?!

Al primo che ti fa due moine, subito gliela dai?

E che, ti scappava così tanto di metterti a pecora?!”.

L’avvocato continuò sulla linea tracciata in precedenza: “Beh, ma magari aveva solo bisogno di un po’ di tempo per rimettere a posto i pensieri…”

A pecora?!”, sbottò il carabiniere.

Effettivamente…

Non c’è niente da fare – continuò Di Tella – puoi dargli il cuore, alla fine ti butteranno sempre via…

E troveranno sempre mille scuse per riuscire a farti sentire pure in colpa. Perché non le hai amate, non le hai cercate, non le hai scopate… insomma, sei sempre tu una merda se hanno deciso di farsi sfondare da un altro.

Possono passare anche uno, due… sei anni senza dare alcun segnale, niente da rilevare. Tutto liscio come l’olio. Poi – quando hanno trovato il tipo giusto per rimpiazzarti – allora ti scaricano addosso tutta la merda possibile e immaginabile: vanno a ripescare quella volta che hai fatto tardi a cena, oppure quando hai preferito la partita a calcetto alla festa di compleanno di quella carcassa della nonna, o quando ti sei dimenticato del quarto mesiversario del cazzo!

Ma a me no, mia cara, a me non mi freghi mica!”

Coniglio si rannicchiò in un angolo. “Ma quindi, voi… tu…”, ebbe appena la forza di mormorare.

Sì”, si liberò di tutto il peso.

Magari erano giorni che voleva farlo e aspettava solo l’occasione giusta.

Succede sempre così con gli assassini: non vedono l’ora di raccontare le loro malefatte, come se fossero una scopata di cui vantarsi al bar con gli amici.

Un mese senza rispondere a telefono, senza nemmeno un saluto, un sms… alla fine sono riuscito a convincerla a prendere un aperitivo.

Giusto così, per parlare.

E cazzo: tre anni assieme, me lo doveva dire in faccia che quello non era soltanto un amico!

Ma quale amico e amico!

Che, uno glielo succhia pure agli amici?!

E che è, il Festival dell’Amicizia?!

Che poi li avevo pure visti, tubare in centro come ragazzini arrapati. Mano nella mano al bar, al Centro Commerciale, dal dentista.

Sono un carabiniere – io – mica vendo i panzarotti col carrettino, cazzo!”

Coniglio annuì, sinceramente rattristato.

Ho approfittato che Marotta – il collega di turno con me quella sera – m’aveva chiesto il favore di coprirlo un paio d’ore, che teneva un movimento a Capua con una brasiliana.

In auto di servizio, con tutta la divisa, sono andato a casa sua e, alla fine – butta a me, butta a te – l’ho convinta a bere una birra assieme.

Niente di che, solo due chiacchiere.

Sembrava serena.

Ho anche creduto che, magari, saremmo potuti tornare assieme.

D’altronde chi era questo qua?

Chi lo conosceva!!

In un mese poteva mai aver spazzato via tutto quello che c’era stato in tre anni?

Manco fosse Rocco Siffredi!

E, poi, quando stavo riaccompagnandola a casa si è pure mangiata i miei mirtilli!”, sorrise malinconico.

E non le sono piaciuti?!”, chiese Coniglio.

Grosse lacrime segnarono il viso lentigginoso del carabiniere: “Ha detto che non la emozionavo più.

Che per una come lei, ci volevano emozioni forti.

Forti, capito?

La troia!

Non c’ho visto più: mi sono fermato in una stradina di campagna e gliele ho fatte provare io le emozioni forti. Più forti che ho potuto, per un’ora buona!”, sorrise sarcastico, con una luce maligna nello sguardo.

Poi – continuò con piglio duro – l’ho afferrata per il collo e ho stretto, ho stretto assai.

Più urlava, più stringevo.

Alla fine, quando non s’è mossa più, mi sono fatto prendere dal panico. Ho iniziato a girare come un pazzo, con la volante di servizio.

Poi ho visto quella macchina parcheggiata in strada e m’è venuta l’idea di ficcarcela dentro.

Chi avrebbe sospettato di me?

Un carabiniere?!

Prima, però, mi sono tenuto un ricordino… gli occhi verdi, quelli che mi piantava dentro tutte le sere: adesso non avrebbero guardato altri che me.

Mica quel coso con tanta di quella forfora che sembra che i piccioni gli cachino sulle spalle!”.

Coniglio era intontito.

Tutte quelle informazioni e tutte assieme: doveva prendere fiato, razionalizzare.

Geremia.

Geremia era innocente.

Ma adesso?!

Davanti a lui – sotto quell’aspetto da bravo ragazzo – c’era un mostro. Quel genere di mostri che non ti aspetti, col ciuffetto biondo, le lentiggini e la barba rasata di fresco. Un lavoro rispettabile, una dieta sana e una fidanzata con cui andare a mare la domenica.

Avrebbe esitato a far fuori anche lui, ora, se solo avesse osato muoversi?

Glielo chiese: “E adesso?!”, sospirò candidamente l’avvocato.

Di Tella alzò un sopracciglio: “E adesso cosa?”

Dico – continuò Coniglio praticamente in apnea – adesso come ne veniamo fuori?!

Cioè, non è che potete uccidere anche me!”, cercò di tastare il terreno.

Il carabiniere scoppiò a ridere: “E chi lo dice!

Vi ho trovato nella mia stanza, eravate intento a rovistare, magari a rubare.

Avete avuto una reazione convulsa e sono stato costretto a fare fuoco, no?!”, disse guardando con la coda dell’occhio la pistola poggiata sul comodino di fianco al letto.

Coniglio se ne accorse.

Quando Di Tella si allungò per afferrarla e fare fuoco, l’avvocato scattò come non aveva mai fatto in vita sua, che se lo avesse visto Carl Lewis, gli avrebbe ceduto volentieri le quattro medaglie d’oro di Los Angeles.

Agguantò la divisa sull’omino morto, e glie la scagliò addosso.

La giacca lo accecò per qualche istante.

Il vasetto con gli occhi di Tania – la ragazza tumulata nell’auto di Geremia – gli scivolò dalle mani e cadde a terra, ma non si ruppe.

Rotolò fino ai piedi dell’avvocato che lo raccolse e – con un movimento fulmineo – glielo fracassò sulla testa, che intanto si era liberata a strattoni della giacca.

Il barattolo si ruppe in mille schegge di vetro, che finirono nelle mani di Coniglio, tra i capelli del Carabiniere, negli occhi sfatti della ragazza.

L’alcol che li conservava accecò Di Tella che per il dolore delle ferite e della sostanza urticante negli occhi, finì a terra a urlare e piangere come un bambino piccolo.

Coniglio, lesto, con la mano sanguinante, afferrò la pistola sul comodino: “Coraggio fatti ammazzare!”, ringhiò, mentre il carabiniere si rotolava inerme sul pavimento.

Cavolo: quanto aveva sempre sognato di dirlo!

*******

Dieci giorni dopo, era tutto finito.

Di Tella in carcere, Geremia fuori, Coniglio a beccarsi gli applausi.

Nemmeno aveva capito bene il perché.

Il giovane Carabiniere, subito dopo l’”eroico” intervento dell’avvocato, infatti, era stato arrestato con l’accusa di omicidio, occultamento di cadavere, oltre alla simulazione di reato e la calunnia ai danni di Geremia.

Trent’anni, adesso, non glieli toglieva nessuno!

Coniglio – da parte sua – era improvvisamente diventato più popolare dei Beatles: con la mano fasciata come una mummia egizia, era anche finito in televisione un paio di volte e – per l’occasione – si era comprato un completo a righe che, se possibile, lo faceva sembrare ancora più magro e allampanato.

Una giornalista tutta ciglia finte e rossetto – arrivata direttamente da Roma – lo aveva intervistato per una mezz’ora buona, lodando il suo ottimo fiuto investigativo che avrebbe fatto impallidire Kojak.

E Geremia?

Riavutosi dallo shock, il povero diavolo aveva ripreso la vita di sempre: lavoro, famiglia, qualche puntatina al bar per una birra e una partita a briscola con gli amici di sempre.

Quella sera, era passato un mese esatto dal suo arresto.

Guidò con flemma particolare fino alla piazzola di sosta sulla Statale. Spense il motore, soffiò forte sul volante e scese dalla Panda.

Superò il grosso oleandro che si riversava sul ciglio della strada, quindi scavalcò il guardrail.

Si inoltrò nella campagna brulla per una decina di metri, fissando a terra.

Una piccolo dislivello nel terreno attirò la sua attenzione.

Come la tana di un lombrico da 35 chili.

Geremia si avvicinò.

Da un piccolo terrapieno di terra smossa faceva capolino uno spuntone scuro, come una lancia.

Era un tallone.

Madonna Santa, odio fare le cose a metà!”, sbottò l’uomo raccogliendo una manata di terra. Con una scarpata cercò di ricacciare il piede giù, poi prese il terriccio e lo ricoprì alla meglio.

Ah, cara Lucrezia, tu sei stata la cosa più bella degli ultimi cinque anni – sospirò amaro – e la delusione più grande di tutta la mia vita”.

Pestò la terra scura con un piede.

Com’è che dicevi?

Che il nostro rapporto non ti bastava più?

Che ti soffocava?

Aspetta, sì: Voglio avere la libertà e la leggerezza di frequentare qualcuno alla luce del sole…

Sospirò, a capo basso.

La libertà e la leggerezza di prenderlo nel sedere, vorrai dire!”

Pestò forte col piede sulla tomba improvvisata.

Quante chiacchiere, Lucrezia… quante!

«Tu sei entrato a gamba tesa nella mia vita, facendomi provare emozioni e sentimenti inaspettati, nuovi e sconvolgenti per me… credo che mai li troverò, né proverò più».

Bla, bla, bla!

Chiacchiere!

«Io non riuscirò a provare per nessuno quello che ho provato per te» – sbottò imitando una vocetta sottile e stridula che avrebbe dovuto essere quella di Lucrezia – e intanto andavi a fartelo troncare a casa di questo coso… cos’è che fa?

Il ragioniere?!

Mamma mia, Lucrezia: nemmeno un minimo di buon gusto!

M’avessi lasciato, che so, per un pilota di Formula Uno, un agente segreto, il maggiordomo di Batman.

E cavolo, un ragioniere!”.

Iniziò a saltellare isterico sul terriccio smosso: “E io che avrei mollato tutto per te.

Famiglia, lavoro, amici.

Tutto, per il niente!

Perché tu sei niente, Lucrezia.

Hai scelto di essere niente.

Niente.

E – sorrise sghembo – anche un po’ racchia, se proprio vogliamo dirla tutta!”.

Si tirò fuori l’uccello e mirò dritto alla terra smossa: questa volta gli venne un otto praticamente perfetto. Giotto non avrebbe saputo fare meglio.

Ciao Lucrezia: adesso goditi la libertà e la leggerezza di dieci centimetri di terra sul muso!”, si congedò tornando soddisfatto alla sua Panda a metano.

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